Perché Renzi ha già vinto la battaglia del Senato

La battaglia sulla riforma del Senato non è la madre di tutte le battaglie: è, semplicemente, l’ennesima bolla che il sistema politico-mediatico mette in scena con desolante regolarità ogni volta che Matteo Renzi s’appresta a realizzare un punto a piacere del suo programma. E il motivo principale per cui il premier porta a casa ogni volta il risultato che si era prefisso sta precisamente qui: nell’inconsistenza politica dei suoi oppositori, privi di visione e di strategia e prigionieri del piccolo cabotaggio dispettoso; e nel collasso di un sistema informativo drogato di spettacolarizzazione e oramai strutturalmente incapace di comprendere ciò che accade.

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La compagna Finocchiaro e l’onore perduto del Pci

“Io credo – ha spiegato Anna Finocchiaro, presidente della commissione Affari costituzionali di palazzo Madama – che sia necessario portare a compimento, in tempi certi e rapidi, dopo la prima lettura della Camera e del Senato e dopo 30 anni di discussioni, il percorso della riforma costituzionale. Resto convinta che ci siano le condizioni politiche e tecniche, anche sulla scorta del regolamento, per arrivare ad un testo ampiamente condiviso nel mio partito e nell’aula del Senato”. Non si potrebbe dire meglio.

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Più Bersani s’accanisce, più è chiaro che vincerà Renzi

La madre costituente Doris Lo Moro (bersaniana doc, riportano le agenzie) ha deciso di non partecipare più al tavolo di discussione col governo sulla riforma del Senato. “Siamo su un binario morto”, ha dichiarato. Ma sul binario morto, e non da oggi, c’è Bersani con i suoi nominati. L’accanimento con cui il plurisconfitto ex segretario del Pd combatte contro il suo partito e contro il suo governo è infatti l’alleato più prezioso di Renzi, perché dimostra con limpida chiarezza la differenza che corre fra una battaglia politica dura e nobile e una miserabile resa dei conti.

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Come finirà la battaglia del Senato

La Grande guerra del Senato, la madre di tutte le battaglie, l’ultima frontiera della democrazia minacciata, lo scontro epocale in difesa della Costituzione-più-bella-del-mondo, il Vietnam dei gufi si concluderà come è naturale, ovvio e giusto che si concluda: con una nuova vittoria di Matteo Renzi. Lo sanno tutti, e lo saprebbero anche i giornalisti e i comunisti se soltanto non cadessero ogni volta vittima della propria propaganda.

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Chi non vota con il Pd non è del Pd

Matteo Renzi non deve commettere l’errore di considerare i parlamentari della sua minoranza come interlocutori o avversari: sono delinquenti politici, e come tali vanno trattati. I partiti, infatti, sono libere associazioni di cittadini che si formano per sostenere un ideale, un programma, un leader, una squadra di governo. Può capitare che ci si trovi in dissenso con il proprio partito: in tal caso ci si batte per cambiarne la linea politica e il gruppo dirigente.

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Azzollini, una vittoria dello Stato di diritto

La privazione della libertà personale è sempre una misura estrema, cui ricorrere soltanto quando strettamente necessario. La carcerazione preventiva – cioè privare della libertà un innocente oggetto di indagine – è una scelta ancora più grave. Ma arrestare preventivamente un deputato è tre volte grave, perché così si colpisce, oltre al singolo, anche il Parlamento – cioè il Sovrano –, la cui composizione viene modificata da un potere esterno. Salvare Antonio Azzollini dall’arbitrio di una Procura è stato dunque un atto meditato, esemplare e costituzionalmente doveroso.

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I feddayin in Senato

La riforma del Senato è stata rinviata a dopo le vacanze, e ci s’interroga se il rinvio sia dovuto al desiderio di raggiungere un compromesso con i 25 dissidenti del Pd, alla mancanza di una maggioranza certa, o magari all’intenzione di riaprire un canale di dialogo con Berlusconi in una trattativa che rimetta in gioco anche l’Italicum, inserendo il premio di coalizione. Quest’ultima ipotesi appare debole; la prima, sciagurata.

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