L’America e la nostra libertà

Per avere almeno un’idea dello sbarco in Normandia bisogna andare in Normandia: bisogna passeggiare lungo le grandi spiagge chiare carezzate dall’oceano, bisogna voltarsi a guardare i bunker tedeschi inscheletriti dal tempo e dalla salsedine, bisogna alzare lo sguardo all’orizzonte e immaginare quanto possa essere lontana l’America, e poi bisogna andare in uno dei tanti, immensi cimiteri e leggere le date di nascita dei morti: 1924, 1925, persino 1926… Non avevano neppure compiuto vent’anni, i 4400 ragazzi arrivati dallEast Coast e dal Midwest e dalla California e da ogni angolo della provincia americana per morire ammazzati il 6 giugno 1944. Ad agosto, conclusa definitivamente l’operazione, si conteranno fra gli Alleati 53.700 morti, 19.200 dispersi, 153.500 feriti. L’America ha dato il sangue per la libertà del nostro continente.

In un negozio di Los Angeles, il mese scorso, un commesso di vent’anni – più o meno l’età degli eroi della Normandia – mi ha venduto un telefono usa-e-getta. Mentre lo preparava abbiamo chiacchierato un po’. Quando gli ho detto che vivevo a Roma, mi ha chiesto: «E sei vicino alla Tour Eiffel?». Se oggi un ragazzo di Los Angeles ha questa idea dell’Europa, che idea dovevano averne i suoi coetanei di settant’anni fa? Eppure hanno attraversato l’oceano per combattere e morire per noi.

È questo l’aspetto che forse mi colpisce di più. Non basta dire che un soldato non può che obbedire agli ordini, e che se potesse scegliere certo non sceglierebbe di andarsi a schiantare su una spiaggia presidiata da 50.000 soldati tedeschi, 2200 carri armati e 2100 aerei. Ma proprio l’enormità dell’impresa mi convince del fatto che senza un consenso profondo della nazione, e dunque anche dei soldati e delle loro famiglie, mai l’America, orgogliosamente isolazionista e beatamente ignorante di geografia, avrebbe permesso di mandare a morire i suoi figli. Ma questo consenso non può esser stato (soltanto) il frutto di un’efficace propaganda di guerra o l’espressione di un naturale desiderio espansivo del capitalismo. Dev’esserci qualcosa d’altro: dev’esserci dietro l’idea potente di libertà.

«Consideriamo di per sé evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati uguali, che sono dotati dal loro Creatore di alcuni diritti inalienabili, che tra questi ci sono la vita, la libertà e la ricerca della felicità». Thomas Jefferson aveva trentatré anni quando scrisse queste parole come preambolo alla Dichiarazione d’indipendenza delle tredici colonie britanniche del Nordamerica. Il 4 luglio 1776 il Congresso continentale approvò la Dichiarazione, e così ebbe inizio la prima rivoluzione dell’epoca moderna, nonché la sola che non abbia portato con sé il Terrore e la dittatura.

Il concetto di “uguaglianza” non era neppur contemplato nel discorso politico settecentesco, dove il re governava per diritto divino e la società era rigidamente strutturata in caste impermeabili l’una all’altra. Soltanto i filosofi – Locke per primo – sostenevano l’esistenza di “diritti inalienabili” comuni a tutti gli uomini: ma nessun sovrano, nessun parlamento e neppure nessun rivoluzionario europeo si sarebbe mai sognato di scrivere quelle parole in un documento costituzionale. Gli americani, invece, non soltanto lo hanno fatto, ma su questo hanno costruito la propria stessa identità di nazione libera e indipendente. Non si capisce lo sbarco in Normandia se non si afferra questa radice insieme romantica ed esatta dello spirito americano.

Nascere uguali e aver diritto alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità non è né scontato né ovvio, neppure oggi e neppure nel nostro paese, dove si moltiplicano le discriminazioni più o meno esplicite ai danni di tutti coloro che intendono l’esercizio della libertà – cioè la “ricerca della felicità” – in modo non omogeneo al pensiero dominante.

Gli Stati Uniti hanno commesso un gran numero di errori e anche di disastri nella loro storia: ma è proprio in virtù di quei “diritti inalienabili” che è sempre stato possibile discutere quegli errori, criticarli, correggerli, rovesciarli. Per noi italiani, che abbiamo contribuito al pensiero politico mondiale con l’invenzione del fascismo, e a quello sociale con la creazione della mafia, la lezione resta attualissima.

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