La compagna Finocchiaro e l’onore perduto del Pci

“Io credo – ha spiegato Anna Finocchiaro, presidente della commissione Affari costituzionali di palazzo Madama – che sia necessario portare a compimento, in tempi certi e rapidi, dopo la prima lettura della Camera e del Senato e dopo 30 anni di discussioni, il percorso della riforma costituzionale. Resto convinta che ci siano le condizioni politiche e tecniche, anche sulla scorta del regolamento, per arrivare ad un testo ampiamente condiviso nel mio partito e nell’aula del Senato”. Non si potrebbe dire meglio.

Ma le parole di Finocchiaro, nella loro limpida semplicità, contengono anche una preziosa lezione per la minoranza della minoranza del Pd: una lezione che viene dalla vecchia scuola del Partito comunista italiano, dove Finocchiaro è cresciuta e dove ha ricoperto negli anni incarichi di primo piano, nel partito e al governo.

Il Pci insegnava ai suoi quadri due cose: la necessità di tenere sempre presenti gli interessi generali del Paese, e il realismo politico. Non si conduce una battaglia politica per motivi personali o per pura tattica, ma la tattica e le vicende personali devono sempre essere subordinate ad un disegno più generale che pone al centro il Paese. E non si conduce una battaglia politica per il gusto di affermare un principio, ma per ottenere un risultato, cioè stringendo le alleanze necessarie e siglando i compromessi utili al perseguimento dell’obiettivo.

Questa lezione pare completamente smarrita. E’ evidente che la riforma del Senato oggi in discussione non è la migliore possibile, ma è altrettanto evidente che si tratta di un compromesso ragionevole (tant’è che fu votata in prima lettura da uno schieramento che andava da Bersani a Berlusconi), e che la soluzione raggiunta può finalmente concludere un trentennio di chiacchiere inconcludenti e dare all’Italia un assetto istituzionale più moderno, più efficiente, più funzionale.

La testardaggine rancorosa con cui Bersani e i suoi nominati si dedicano al sabotaggio sistematico della riforma non è allarmante per i risultati che otterrà (nessuno), ma perché cancella e azzera una cultura politica cui sfacciatamente ci si vorrebbe richiamare. L’usurpatore della sinistra non è Renzi, ma Bersani. E se ancora si può andare orgogliosi di ciò che è stato il Pci, è grazie a donne e uomini come Finocchiaro e Napolitano, che quella storia, anziché svilirla e ripudiarla, la sanno mantenere ancora viva: cioè utile al Paese.

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