Bersani e il crollo dell’Ancien régime

“Non si può chiamare alla disciplina di partito davanti alla Costituzione. Non si è mai fatto in nessun partito”, tuona Pierluigi Bersani. Com’è noto, la minoranza della minoranza del Pd non ha mai votato alcunché per “disciplina di partito”: qualsiasi provvedimento, purché deciso dalla maggioranza, merita di essere bocciato. Per costoro non ci sono regole, né principi, né responsabilità: se il Pd decide una cosa, Bersani e i suoi feddayin si oppongono.

Abituati ad una concezione insieme proprietaria e decorativa del partito – la “Ditta” è cosa loro, e deve servire esclusivamente a perpetuare la sopravvivenza di un ceto politico consunto fra un dibattito inconcludente e un corteo rumoroso –, i custodi dell’Ancien régime inorridiscono all’idea che qualcuno non soltanto prometta le riforme, ma addirittura le faccia sul serio. Il loro obiettivo è semplice: impedire al governo e alla maggioranza di lavorare, mantenere l’Italia nella paralisi, bloccare ogni cambiamento – nella speranza di liquidare così l’eccezione renziana per tornare alla comoda rendita di posizione di sempre.

Renzi li terrorizza perché è la prova vivente che la sinistra può fare le cose, e può persino farle bene: davvero troppo, per chi ha passato gli ultimi vent’anni a litigare senza concludere nulla, ripassando la palla alla destra ogni volta che, fortuitamente, gli elettori l’avevano gettata nella loro metà campo. Il successo di Renzi è la prova della loro insignificanza: per questo va impedito ad ogni costo.

Ma sta proprio qui la ragione della loro sconfitta, che si consumerà anche sul Senato così come è accaduto ogni volta in passato: i reazionari tengono sempre lo sguardo fisso a terra, e quando lo rialzano il mondo è già cambiato. Senza di loro, e in meglio.

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