Massimo D’Alema e la rottura sentimentale

La sinistra è uno stato d’animo, e nessuno lo sa meglio di Massimo D’Alema – l’ultimo figlio del Pci, l’uomo che Enrico Berlinguer avrebbe voluto dopo di lui alla guida del partito, il conservatore e il rivoluzionario, il rinnovatore nella continuità dapprima amato, poi incompreso e infine sconfitto e persino disprezzato dal mondo di ieri che voleva salvare.

La “rottura sentimentale” che D’Alema rimprovera a Matteo Renzi in una bella e dolente intervista ad Aldo Cazzullo è davvero la chiave per comprendere ciò che sta accadendo a sinistra: salvo che si è già consumata da tempo, e precisamente da quando D’Alema, con lucidità politica e coraggio personale, tentò invano di modernizzare la sinistra italiana (post)comunista.

Anche lui fu accusato – dagli stessi che oggi combattono Renzi: la Cgil, i giornali di De Benedetti, la magistratura militante… – di tradimento e resa all’avversario. E quando tentò di rimediare – perché D’Alema si sentiva non il liquidatore, ma il garante della sinistra – fu eliminato senza troppi complimenti nel generale sollievo di tutti i conservatori.

E’ questo il dramma – sentimentale, cioè politico – della sinistra: è su questa ferita non rimarginabile, che D’Alema da allora e ancor oggi tenta invano di rimarginare, che si è consumata l’implosione definitiva della tradizione (post)comunista. L’amara verità è che da quella tradizione non poteva più venire nulla di politicamente fertile: e lo dimostra proprio la ritirata di D’Alema, il migliore e l’unico che avrebbe potuto salvarla.

Renzi nasce a ground zero, e vince con sorprendente rapidità perché intorno a lui non c’è più niente di vivo. E’ vero: non manca a Renzi un “tono sprezzante e arrogante” (anche qui, ripensando a D’Alema, niente di nuovo), ma quel tono c’entra molto con la politica e molto poco, invece, con il carattere. La nuova sinistra di Renzi – e di D’Alema negli anni Novanta, e di Craxi negli anni Ottanta – è impaziente perché la vecchia sinistra è tramontata ma non riesce ad ammetterlo. L’errore di questi vent’anni è aver cercato di farle convivere.

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Aggiungo una nota personale. D’Alema nell’intervista definisce i suoi antichi collaboratori “vecchi amici, familiari”. E’ proprio così: eravamo, ci sentivamo una famiglia. Negli anni successivi – ne sono passati tanti – per quel poco che conta qualche volta ho criticato il padre, qualche volta l’ho difeso. Se è capitato di eccedere nelle parole, me ne scuso qui pubblicamente. Nutro nei confronti di D’Alema un vero sentimento di gratitudine, oltreché di affetto, perché mi ha insegnato e mi ha dato molto.

Nell’autunno del 2010, dopo la prima Leopolda, andai a trovarlo e gli dissi che, secondo me, era Renzi il leader su cui puntare, perché sarebbe riuscito a fare le cose che avremmo voluto fare noi, e ci sarebbe riuscito perché non veniva dalla nostra storia. Mi guardò, sorrise, mi spiegò: “Assisto al tuo cedimento strutturale”. Un uomo così si può soltanto amare, anche quando amarlo è impossibile.

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