I barconi degli insegnanti

Alcuni milioni di donne e di uomini lasciano il Medio Oriente e l’Africa stipati in un barcone o aggrappati ad un canotto, e una volta raggiunta l’Europa proseguono il loro viaggio rinchiusi in un Tir o marciando a piedi per centinaia di chilometri, subendo la brutalità degli scafisti e le cariche della polizia. Molti di loro muoiono, ogni giorno, spesso senza lasciare traccia. Lasciano quel poco che hanno e sfidano la morte perché non si rassegnano alla guerra e alla miseria: vogliono continuare a vivere, cercano una nuova casa e un lavoro.

In un contesto fortunatamente molto meno drammatico, e senza alcun rischio personale, decine di migliaia di ragazze e di ragazzi italiani ogni anno prendono un volo low cost per Londra, Parigi o Berlino in cerca di un lavoro: fanno i camerieri o i ricercatori all’Università, aprono una pizzeria o s’impiegano in una multinazionale.

I loro genitori e i loro nonni – non tutti, naturalmente – avevano lasciato le campagne e le città del Sud per cercare lavoro a Torino e a Milano. I loro bisnonni avevano varcato l’oceano e il lavoro l’avevano trovato in America o in Australia, in Canada o in Argentina.

Ma per i nostri insegnanti precari essere assunti a tempo indeterminato – cioè avere tredici stipendi all’anno per quattro ore di lavoro al giorno, tre mesi di vacanza, l’assistenza sanitaria, la pensione e il diritto a non essere licenziati – e doversi spostare da casa è un’offesa, un affronto, addirittura (mi vergogno a scriverlo) una “deportazione”. Dei tanti scandali che offendono il nostro sfortunato Paese, a me questo sembra il più infame, e il meno scusabile.

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