Come finirà la battaglia del Senato

La Grande guerra del Senato, la madre di tutte le battaglie, l’ultima frontiera della democrazia minacciata, lo scontro epocale in difesa della Costituzione-più-bella-del-mondo, il Vietnam dei gufi si concluderà come è naturale, ovvio e giusto che si concluda: con una nuova vittoria di Matteo Renzi. Lo sanno tutti, e lo saprebbero anche i giornalisti e i comunisti se soltanto non cadessero ogni volta vittima della propria propaganda.

Pietro Grasso ha smentito di aver già deciso se riaprire la discussione sull’art. 2, Sergio Mattarella ha preso fermamente le distanze da chi vorrebbe tirarlo per la giacchetta: ieri Repubblica non ha dunque fatto uno scoop ma, come sempre più spesso le capita, ha cercato di intorbidire le acque. Le tabelline pubblicate dai giornali non tengono conto del sano istinto di sopravvivenza dei senatori, i quali, indipendentemente da chi li ha nominati, preferiscono restare dove sono. I vietcong di Bersani sono abituati a fuggire disordinatamente ogni volta che il gioco si fa duro e, impantanati nella loro risaia psichedelica, non spaventano neppure una zanzara. Berlusconi non vuole le elezioni perché prima deve (provare a) sistemare Salvini e il suo partito.

Questa è la situazione, questo è lo stato dei fatti.

L’unico che ha le idee chiare, un progetto politico forte e la determinazione per realizzarlo è, come sempre, Renzi: per questo anche questa volta troverà i numeri necessari ad andare avanti. La politica vince sempre. Gli altri, come amava dire il compagno Tortorella, sono gattini ciechi. Ma con qualche graffietto in tv non si fa cadere neppure un soprammobile, figuriamoci un governo.

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