Andiamo noi a prendere i migranti

Forse 70.000 anni fa, forse molto prima alcuni nostri progenitori lasciarono l’Africa e arrivarono in Europa. Qui viveva già da tempo un altro uomo, l’uomo di Neanderthal. I nostri progenitori lo sterminarono e conquistarono il pianeta. Alle origini della nostra civiltà ci sono dunque la migrazione e il genocidio.

Molto tempo è passato da allora, e al cospetto delle ondate migratorie abbiamo oggi altre opzioni oltre allo sterminio. Le donne e gli uomini che vengono dall’Africa, dal Medio Oriente e da molti altri luoghi insanguinati dalla guerra e illividiti dalla miseria, continueranno a venire a migliaia, a centinaia di migliaia: questo è un dato indiscutibile.

Possiamo decidere di sterminarli tutti – come di fatto già stiamo facendo baloccandoci con le “operazioni di polizia internazionale”, o come vorrebbe fare chi propone il blocco navale –, oppure possiamo decidere di accoglierli e di offrire loro la possibilità di vivere dignitosamente. Nascere male è un tiro di dadi del destino, provare a vivere bene è un diritto fondamentale dell’uomo.

Non è un problema etico: qui non è in discussione il nostro essere buoni o cattivi. È un problema di universalità dei diritti dell’uomo (una buona invenzione europea) ed è un problema di gestione del conflitto – dunque, è questione eminentemente politica. Lasciarli morire e moltiplicare le difese è una scelta possibile, ma è destinata a diventare sempre meno sostenibile in termini politici, economici e militari.

Ciò di cui abbiamo bisogno, ciò che dovremmo fare è, secondo una felice espressione di Umberto Contarello, uno sbarco in Normandia alla rovescia. Dovremmo, noi Unione europea, armare una grande flotta, sbarcare in Libia e in Siria, occuparne porzioni di costa, costruire campi di accoglienza, distribuire cibo e medicinali, arrestare e processare i trafficanti di uomini, e infine portare in Europa tutti coloro che lo desiderano.

Le risorse per trasportare in sicurezza centinaia di migliaia di donne e di uomini sul nostro continente, e per aiutarli poi a vivere una vita dignitosa, per quanto appaiano ingenti, sono nella nostra piena disponibilità. Siamo ricchi, molto ricchi: il più povero dei nostri mendicanti è un Paperone al cospetto di chi sale nudo di tutto sui barconi della morte. Ogni singolo paese d’Europa ha denaro, infrastrutture, tecnologia, cibo e benessere incommensurabilmente superiori alla somma dei paesi da cui proviene la grande, necessaria migrazione.

È ovvio che in condizioni di normalità ciascuno preferisce restare a casa propria, ed è ovvio che non si può trapiantare in Europa un altro paio di continenti. Ma la tragedia cui siamo esposti non ha nulla a che fare con la normalità, e richiede non le lacrime del buon cuore ma il coraggio della ragione.

Andare laggiù a raccogliere i nostri fratelli moribondi, prenderci cura di loro, portarli qui da noi perché possano vivere e prosperare in pace sarebbe l’atto fondativo di una nuova Europa, il gesto esemplare e realistico con cui una comunità si ritrova e si riconosce.

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