La Cina senza libertà

La Borsa cinese crolla perché non è un libero mercato di azioni e titoli, ma una diramazione del Comitato centrale. Non esiste il capitalismo senza libertà, e la libertà è unica e indivisibile: di pensiero, di azione, di movimento, di mercato. La pretesa dei gerarchi cinesi di pianificare il capitalismo come se si trattasse di una comune agricola è ridicola e destinata, prima o poi, al fallimento. Oggi assistiamo finalmente ai primi segni della crisi.

In Cina c’è una dittatura spietata che si fonda sulla negazione sistematica dei diritti della persona: ma in queste condizioni il mercato non potrà mai fiorire. È vero invece il contrario: l’embrione di capitalismo che i gerarchi cinesi hanno grossolanamente impiantato nel loro campo di concentramento centralizzato ha favorito, insieme ad un relativo benessere, il diffondersi di aspirazioni, desideri e richieste incompatibili con la dittatura. Il regime è sulla difensiva, e risponde con la repressione – anche in Borsa, dove interviene senza sosta e senza risultati.

L’acqua della libertà erode lentamente e inesorabilmente la storia, e così facendo la produce. È inarrestabile perché non è altro che la natura umana, cioè la facoltà di pensare. Il pensiero è l’atto fondativo della libertà, e una volta acceso ne richiede quantità sempre maggiori, non si arresta di fronte a nessun ostacolo e non riposa mai soddisfatto.

L’alternativa cui si trovano di fronte le dittature, sempre, è spietata: o cancellano il mercato condannando il popolo alla miseria, oppure lo accolgono e prima o poi ne risultano dissolte. È quanto sta accadendo anche in Cina, ed è un’ottima notizia. La strada sarà lunga, dolorosa e accidentata. Grande è il disordine sotto il cielo, la situazione è eccellente.

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