Perché Verdini (togliattianamente) è meglio di Bersani

La scelta di Denis Verdini di lasciare Forza Italia per dar vita ad un gruppo parlamentare autonomo disposto ad appoggiare le riforme di Matteo Renzi ha suscitato scandalo fra i chierichetti della purezza rivoluzionaria. Per noi vecchi arnesi, cresciuti studiando Togliatti nel partito di Berlinguer, Verdini è invece uno statista, e la sua decisione di sostenere la rinascita del Paese è un esempio luminoso di saggezza politica.

Com’è noto, grazie all’imperizia senza precedenti di Pierluigi Bersani le elezioni del 2013 hanno consegnato al Paese un Parlamento senza una maggioranza politica omogenea. Giorgio Napolitano accettò di essere rieletto a patto che centrosinistra e centrodestra si accordassero per fare le riforme di cui l’Italia aveva, e ha, bisogno.

Il governo Letta, nato in questo clima di solidarietà nazionale, perse dopo pochi mesi l’appoggio di Berlusconi, che a sua volta pagò il prezzo della scissione di Alfano. Renzi recuperò lo spirito della legislatura siglando con il Cavaliere il cosiddetto patto del Nazareno. Ma ancora una volta – è dai tempi della Bicamerale di D’Alema che accade – il leader di Forza Italia ha cambiato opinione, e s’è rifiutato di votare le riforme che pure aveva contribuito a scrivere.

Libero Berlusconi di compiere le scelte che ritiene più giuste: ma liberi anche gli altri di ragionare e decidere con la propria testa. Verdini – come Sandro Bondi prima di lui – ritiene che la crisi del nostro Paese non sia superata, che le istituzioni vadano riformate, che la ripartenza dell’Italia abbia bisogno di sostanziose riforme strutturali, e che nelle condizioni date soltanto il governo Renzi sia in grado di compiere l’opera.

Quando il Paese è in difficoltà, le forze migliori – migliori perché disponibili a lavorare insieme, non perché si siano autoproclamate tali – si mettono d’accordo e s’impegnano per l’Italia. Questo ci hanno insegnato Togliatti e Berlinguer, e questo stanno facendo Renzi, Alfano e, da ieri, Verdini. Bersani e i suoi accoliti, invece, hanno scelto la strada opposta: boicottare ad ogni costo le riforme. Liberi di farlo, naturalmente: mi permetto soltanto di ricordare che Bordiga fu sconfitto già al congresso di Lione, nel 1926.

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