La bufala dell’Espresso e la castina dei giornalisti

L’intercettazione che ha terremotato la Regione Sicilia e l’intero panorama politico nazionale non esiste. Le Procure di Palermo, Caltanisetta, Messina e Catania hanno categoricamente smentito l’autenticità del testo pubblicato dall’Espresso, che dunque si configura come un’invenzione dall’intento chiaramente diffamatorio. Le dimissioni di Luigi Vicinanza sono obbligate e doverose, insieme con le scuse pubbliche e, probabilmente, un sostanzioso assegno a Rosario Crocetta da parte dell’editore.

Ma l’incidente dell’Espresso non nasce per caso; e non per caso, via via che la bufala veniva scoperta, è sceso un imbarazzato velo di silenzio sui media che pure tanto s’erano eccitati. L’incidente dell’Espresso è infatti il frutto di una lunga stagione di veline fatte filtrare ad arte dalle Procure (e qualche volta dagli avvocati) di mezza Italia, e spensieratamente pubblicate, senza alcuna verifica e senza alcuna possibilità di replica, dai giornali al servizio dei Pm.

Intercettazioni che nulla hanno a che fare con le inchieste in corso, verbali secretati, testimonianze estrapolate: qualsiasi trucco torna utile, ai Pm e ai giornalisti, per farsi pubblicità a buon mercato dilaniando impuniti lo Stato di diritto.

Come è noto, il patto fra editori e Procure nasce nel fuoco di Tangentopoli: in cambio dell’impunità, gli editori – cioè i grandi gruppi industriali che finanziavano regolarmente e sistematicamente la politica – hanno schierato i loro giornali al servizio diretto dei Pm. Le telefonate private fra Alda D’Eusanio e Bettino Craxi, già in esilio ad Hammamet, furono pubblicate esattamente vent’anni fa. Da allora la barbarie non ha conosciuto limite, fino all’apoteosi dei processi a Berlusconi.

Tutta la stampa ci ha campato alla grande, senza mai porsi una domanda, senza mai riflettere sulle conseguenze, e trincerandosi ogni volta, con malinconica ipocrisia, dietro il sacro principio della libertà di stampa. Ma senza controllo delle fonti e senza contraddittorio la libertà di stampa si trasforma nel suo rovescio: propaganda di regime.

Se così stanno le cose – se i giornali pubblicano a prescindere qualunque cosa venga loro rifilata, purché odori di Procure – non c’è da stupirsi che l’Espresso si sia fatto infinocchiare. E non c’è neanche da stupirsi se la castina dei giornalisti fa finta di niente, lascia scivolare la notizia nelle ultime pagine, alza le spalle con disinvolta leggerezza.

L’Ordine, sempre così attento a stigmatizzare la soubrette di turno che si permette di intervistare un politico senza avere il tesserino, tace quando un giornalista vero su un giornale vero pubblica una notizia falsa, diffamatoria, destabilizzante e gravida di conseguenze politiche e personali gravissime. Editorialisti e commentatori, sempre così attenti ad elogiare la stampa straniera, guardano spensierati dall’altra parte, come se la catastrofe della stampa italiana non li riguardasse.

Il risultato è evidente: il discredito. Della giustizia, che è diventata ospite fisso del teatrino della politica; del giornalismo, che di quel teatrino raccoglie le briciole pensando di farne la regia; e naturalmente della politica, che fatica a sopravvivere in un ecosistema avvelenato dal giustizialismo, dalla demagogia e dal populismo.

Advertisements