Bersani, D’Alema e la realtà

Le polemiche e le vere e proprie aggressioni di cui ogni giorno è oggetto Matteo Renzi – stamattina, uscendo dal tradizionale riserbo, sono scesi in campo due giovani promesse come Pierluigi Bersani e Massimo D’Alema – hanno molte cause, ma una sopra tutte: al segretario del Pd nonché presidente del Consiglio non viene perdonata la realtà. Nel mondo immaginario della sinistra conservatrice il dibattito produce altro dibattito: nel mondo reale in cui si muove Renzi le parole producono decisioni e le decisioni producono fatti. Tutto ciò deve apparire intollerabile.

Il Pci funzionava bene perché non funzionava affatto: un universo parallelo, animato da cortei rumorosi e raffinati convegni, interamente dedito alla propria perpetuazione. Al governo ci pensava la Dc – i comunisti si accontentavano delle briciole –, alla difesa l’America, all’economia la Banca d’Italia e, poi, l’Europa. I comunisti e i loro discendenti potevano tranquillamente continuare ad organizzare convegni e cortei.

Con Renzi la sinistra riformista – l’unica che serva a qualcosa, perché si propone di fare qualcosa – esce dallo stato di minorità e sceglie di confrontarsi non più con se stessa, ma con il Paese, gli individui in carne e ossa, e insomma la realtà. La coperta di Linus – come Fabio Mussi venticinque anni fa definì il Pci che molti non volevano sciogliere – è diventata un sudario.

La conclusione è semplice: con i relitti del passato non si costruisce nessun futuro. La separazione dalla sinistra conservatrice, già ampiamente consumata in questi mesi, non soltanto è irreversibile ma è salutare, è necessaria, è doverosa. A volte Renzi sembra non volersene convincere, e insiste nel dialogo, nell’apertura, nel recupero di una tradizione che, pure, non gli appartiene. Quando fa così, sbaglia. Per essere di sinistra oggi in Italia, e per indicare un futuro alla sinistra italiana, il primo e più tenace avversario da battere è la sinistra così come l’abbiamo conosciuta.

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