Ora però Renzi deve farsi il suo Pd

“In molti mi chiedono di parlare di Pd. Non passerò i prossimi due anni a discutere tra di noi: voglio passarli a restituire orgoglio all’Italia e credibilità alla politica. Se c’è ancora chi dice che dobbiamo discutere al nostro interno, la colpa dev’essere del caldo e, in quel caso, il rimedio è l’aria condizionata”: è questo il passaggio-chiave della relazione di Matteo Renzi all’Assemblea nazionale del Pd – ed è questo, anche, il più serio dei problemi che deve affrontare: per smettere di occuparsi di (questo) Pd, Renzi deve fare il (nuovo) Pd.

Che non valga davvero la pena discutere con i D’Attorre e gli Speranza, i Bersani e le Camusso lo dimostra, se ancora ce ne fosse bisogno, il dibattito surreale in cui la minoranza del Pd continua ad avvilupparsi: se il partito sia di centro o di centrosinistra o di sinistra, se Verdini abbia la coda, se Tsipras sia il nuovo Che Guevara, se le primarie siano una cosa seria. Se questo è il dibattito interno, meglio giocare alla Playstation.

Ma per affrontare e realizzare l’ambizioso programma di riforme ribadito e ampliato oggi – al cui centro c’è il doveroso impegno a ridurre seriamente la pressione fiscale e dunque, s’immagina, a ristrutturare in profondità il baraccone burocratico-assistenziale dello Stato – Renzi ha bisogno di un esercito pronto a combattere col coltello fra i denti in ogni comune d’Italia, in ogni fabbrica e in ogni ufficio, in ogni scuola e in ogni mercato.

Si è spesso osservato polemicamente che a Renzi manca una classe dirigente: ma la verità è che gli manca un partito. La squadra di governo è più che dignitosa, ed esce ogni giorno rafforzata dalle estenuanti battaglie in aula e contro la burocrazia; in Parlamento sta crescendo una nuova generazione di ragazze e ragazzi che studiano e lavorano sodo; le nomine finora fatte sono state tutte di grande qualità; la rete di esperti – manager, intellettuali, studiosi – di cui si serve il premier pesca nell’eccellenza italiana.

Ma usciti dal Palazzo c’è il deserto. Grillo e Salvini hanno un partito – cioè una struttura organizzata e capillare che seleziona nuovo personale politico e costruisce il consenso con la propaganda quotidiana –, Renzi purtroppo no. Il suo Pd è un accampamento di tribù ostili, autorerefenziali, gelose del proprio spicchio di potere, impermeabili alla realtà, e in definitiva assai mediocri.

C’è invece bisogno di un Pd degli italiani: degli italiani normali, che scommettono sulla ripartenza del Paese e vogliono poter dare una mano, che alla politica non chiedono un lavoro ma la libertà di lavorare meglio, che non sopportano più le caste sindacali, giudiziarie, burocratiche che tengono incatenato il Paese, che credono prima di tutto in se stessi, nel proprio merito e nelle proprie capacità.

È la maggioranza silenziosa dell’Italia, invisibile al sistema dei media ma decisiva nella costruzione del consenso. Sono lì che aspettano: ma bisogna che qualcuno vada a trovarli, discuta, spieghi, racconti. In ogni comune d’Italia, in ogni fabbrica e in ogni ufficio, in ogni scuola e in ogni mercato.

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