La marijuana fa bene (anche a chi non la fuma)

Il ritorno della cannabis nel campo della legalità, dopo un secolo di insensato proibizionismo, è ormai un dato di fatto. Più della metà degli stati americani ne consentono il consumo (spesso sotto l’innocua etichetta di “uso terapeutico”), consumo che è depenalizzato in gran parte dei paesi europe, quasi ovunque in America latina e in molti paesi africani. In Uruguay e in Bangladesh l’erba è completamente legale. E nel resto del mondo, con l’eccezione della Cina e di alcuni paesi arabi, è di fatto tollerata.

Secondo l’ultimo rapporto Onu (2012) i consumatori abituali superano nel mondo i 200 milioni. In Italia sarebbero il 14,6% della popolazione adulta (ma secondo una ricerca del Dipartimento antidroga del 2010, il 22,4% ha sperimentato l’uso della cannabis almeno una volta nella vita). Quando un fenomeno diventa naturalmente di massa, e dunque dimostra da solo di non costituire un pericolo per la salute né un allarme sociale, le leggi non possono che adeguarsi: la propaganda e il carcere perdono efficacia di fronte alla realtà.

In Italia, fanalino di coda in ogni battaglia di libertà, 217 parlamentari dei più diversi schieramenti hanno firmato una proposta di legge per la legalizzazione della cannabis, promossa dall’intergruppo presieduto da Benedetto Della Vedova. Ci vorrà ancora un po’ di tempo, qualcuno griderà allo scandalo: ma anche da noi si potrà finalmente coltivare e fumare la marijuana legalmente.

La cannabis, come l’uva, accompagna l’uomo fin dagli albori della civiltà: le prime tracce, in Europa e in Cina, risalgono al terzo millennio prima di Cristo. Nel corso dei secoli, all’uso terapeutico e religioso, praticato e per quanto possibile controllato dalle élites, si è affiancato un uso ricreativo e personale. A Thomas Jefferson piaceva fumare scrutando l’orizzonte dalla sua veranda a Monticello, e a nessuno sarebbe venuto in mente di considerarlo un criminale: certo non a George Washington, che a sua volta amava coltivarla da sé.

È all’inizio del Novecento che la marijuana si trasforma in un mostro: negli anni Venti sarà ormai bandita in tutto il mondo per tornare poi prepotentemente, negli anni Sessanta, come simbolo della controcultura e segno del suo carattere profondamente antiautoritario, individualista, solidale, creativo e libertario. E non è un caso.

Ogni epoca, ogni civiltà, ogni ceto sociale, ogni generazione ha la sua droga preferita: alcune legali, altre proibite. Se l’alcol stordisce o esalta, la cannabis rilassa. Se l’eroina deprime, la cannabis rallegra. Se la cocaina incita all’azione, la cannabis induce all’introspezione. Se l’Lsd apre un po’ troppo bruscamente le porte della percezione, la cannabis le socchiude e lascia che un’aria nuova rinfreschi la mente.

C’è persino chi sostiene che il Novecento – il secolo dei totalitarismi, delle guerre mondiali e dei genocidi – non potesse che essere aggressivamente alcolico, e la via migliore per renderlo tale, siccome in un modo o nell’altro gli uomini amano stordirsi, passasse per il bando della pacifica marijuana.

Quel che è certo, è che sono proprio l’alcol e la cannabis le due sole droghe generaliste in grado di contendersi il primato sul mercato di massa. Se gli effetti sulla salute non sono comparabili (in Italia l’alcol, secondo i dati dell’Istituto superiore della sanità, uccide ogni anno 20.000 persone, mentre di cannabis non è mai morto nessuno), ancor più importante è il cambiamento di clima, di senso, di orizzonte.

La marijuana è infatti una droga felicemente comunitaria, grazie anche all’ideologia di cui la controcultura l’ha rivestita dagli anni Sessanta in poi: allude ad un’idea di società solidale, in pace con se stessa, tollerante, inclusiva e libertaria. Un bel passo avanti, non c’è che dire.

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