La Grecia che è in noi

Mentre la Grecia trova la strada per la sopravvivenza (o per una nuova disfatta: lo sapremo abbastanza presto), il debito pubblico italiano segna un nuovo record. Secondo le stime di Bankitalia ha toccato a maggio i 2218,2 miliardi di euro. Il debito è aumentato in un solo mese di 23,4 miliardi; dall’inizio dell’anno è cresciuto di 83,3 miliardi (+3,9%).

Pensare in queste condizioni ad una legge di stabilità “sviluppista”, come sostiene qualche indiscrezione da palazzo Chigi, o addirittura ad una rinegoziazione dei parametri europei, è semplicemente irrealistico. L’Italia avrà pur fatto “riforme strutturali come nessuno negli ultimi vent’anni”, secondo le parole pronunciate oggi da Renzi ad Addis Abeba, ma è un fatto che il vulcano su cui poggiamo continua ad accumulare energia, e inesorabilmente, prima o poi, erutterà. Tra l’altro, è questo il motivo fondamentale per cui l’Italia non ha toccato palla nella crisi greca.

Dal 2007 ad oggi sono stati scritti 33 rapporti sul taglio della spesa pubblica, per un totale di 1174 pagine. Secondo i calcoli di Confartigianato, nello stesso periodo la spesa è salita di 107,2 miliardi (+18,1%, un miliardo ogni dieci pagine). Quest’anno è previsto che si attesti a 827,15 miliardi, pari al 50,5% del Pil, con un calo dello 0,6% rispetto all’anno scorso (quando però era cresciuta del 7,8%): ma senza considerare l’impatto della sentenza della Consulta sulle pensioni e contando esclusivamente sul calo degli interessi sul debito, che dovrebbe farci risparmiare 5,9 miliardi.

La conclusione è desolatamente semplice: l’Italia non ha i soldi per lo sviluppo perché li spende tutti, e anzi ne spende anche di più, per tenere aperto il grande baraccone statale. La cui inesausta sete di denaro accresce la pressione fiscale – cioè toglie ricchezza ai cittadini e alle imprese – e aumenta il debito. Su questa strada non si va da nessuna parte: tutt’al più si va in Grecia. Tagliare drasticamente la spesa e le tasse è dunque un’opzione senza alternative: e su questo andrà giudicata la prossima legge di stabilità.

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