È ora di porre fine all’avventura di Tsipras

L’avventura di Alexis Tsipras è costata finora ai greci 10 miliardi – 900 euro a testa, neonati e ultracentenari inclusi –, la dissipazione di un paio di punti di Pil, il collasso del sistema bancario e il crollo di un terzo dei depositi, la ricaduta del Paese nella recessione per almeno altri due anni (ne era uscito nel terzo trimestre dell’anno scorso).

La presentazione di un piano sostanzialmente identico a quello bocciato dal plebiscito di domenica scorsa, ma reso ormai inutile dalle picconate letali che il governo greco ha inferto al proprio paese, dimostra che l’avventuriero non disprezza soltanto le regole europee e i fondamentali dell’economia, ma anche la volontà del suo popolo stremato. L’avventura di Tsipras deve dunque terminare al più presto.

Nella rappresentazione che la nostra classe dirigente e i nostri media danno della crisi greca, la parte del cattivo è però stabilmente assegnata alla Germania: e la cautela con cui il governo di Berlino guarda all’ultima giravolta dell’avventuriero di Atene è stata salutata con malcelato sollievo un po’ da tutti come una plateale dimostrazione della cattiveria tedesca.

Il motivo è ovvio: noi siamo molto simili ai greci, campiamo di debito e di spesa pubblica incontrollata, e la nostra unica differenza (finora) è che quando siamo nei guai chiamiamo Monti anziché Casaleggio e Salvini – salvo poi coprirlo di contumelie quando la barca pare raddrizzarsi.

In Europa l’unico paese che sa guardare lucidamente alla situazione, che ha un’idea sostenibile di Europa, che dispone di una visione strategica del futuro politico del continente è la Germania. Altro che mediocrità ragioneristica o culto dell’austerità: Angela Merkel è la sola statista che ha compreso la gravità della situazione e che cerca fattivamente di porvi rimedio – con la politica, nel suo significato più alto.

Diversamente da noi italiani, che abbiamo inventato il fascismo e poi ce ne siamo disinteressati, i tedeschi hanno riflettuto a lungo sul disastro che hanno combinato. E sono giunti alla conclusione che c’è un solo modo per difendere la democrazia e la pace: combattere il nazionalismo e il populismo ogni volta che la crisi economica e il malessere sociale lo ripropongno all’ordine del giorno dei popoli.

Syriza, il Front National, Podemos, il M5s, la Lega e l’Ukip sono da ogni punto di vista l’equivalente contemporaneo dei movimenti populisti e nazionalisti che hanno conquistato (legalmente) il potere in Europa fra gli anni Venti e Trenta, e che hanno poi scatenato la più sanguinosa delle guerre. È questo, non altro, il cuore della crisi europea di oggi.

Estirpare con ogni mezzo lecito l’avventura di Tsipras è dunque essenziale per evitare il contagio e impedire la deriva nazionalpopulista di altri paesi, fra cui il nostro. Stupisce che in Italia pochi, pochissimi se ne rendano conto. Perché la domanda non è se sia giusto o meno sbarrare la strada al populismo nazionalista, ma se non sia già troppo tardi.

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