La malinconica bugia di Romano Prodi

“C’erano delle voci ma, come dissi al giudice, non ne sapevo nulla. Se avessi saputo qualcosa, sarei ancora presidente del Consiglio”. Così Romano Prodi commenta la condanna di Silvio Berlusconi a tre anni per aver comprato il senatore dell’Italia dei Valori Sergio De Gregorio. La sentenza del Tribunale di Napoli non merita neppure di essere discussa: l’inconsistenza dell’accusa – per dire: dall’inizio di questa legislatura in poco più di due anni 106 deputati e 107 senatori hanno cambiato gruppo, come del resto consente loro l’articolo 67 della Costituzione – e l’imminente prescrizione del reato rendono ridicola anche questa ennesima avventura dei Pm militanti.

È invece più interessante segnalare la sfacciata menzogna di Prodi, perché conferma la levatura morale, l’onestà intellettuale e la scaltrezza politica dell’ex presidente del Consiglio.

De Gregorio lasciò l’IdV e la maggioranza di centrosinistra il 25 settembre 2006: il governo cadde un anno e mezzo dopo, il 24 gennaio 2008, per ragioni che non c’entrano nulla con De Gregorio (né tantomeno con Berlusconi) e grazie al voto contrario dell’Udeur di Clemente Mastella, di Lamberto Dini e dell’ultracomunista Franco Turigliatto. Se De Gregorio avesse votato la fiducia al suo governo, Prodi sarebbe comunque caduto.

Le cause immediate di quella crisi si devono ad un’altra iniziativa giudiziaria: la Procura di Santa Maria Capua Vetere aprì un’inchiesta (di cui poi si sono perse le tracce) sull’allora ministro della Giustizia Mastella e sulla moglie Sandra Lonardo, messa addirittura agli arresti domiciliari. Prodi non batté ciglio, e Mastella – a torto o a ragione – si dimise e gli tolse la fiducia.

Ma le cause reali del crollo malaccorto del secondo governo Prodi sono le stesse, moltiplicate, che portarono alla fine ingloriosa anche del suo primo governo: la vistosa, incredibile, esilarante eterogeneità della coalizione, unita alla manifesta incapacità di gestirla.

Quel governo oltre al premier aveva 26 ministri, 10 viceministri e 66 sottosegretari, per un totale di 103 membri (record assoluto nell’intera storia politica occidentale). E la maggioranza era composta – mettetevi comodi prima di continuare a leggere – dai Democratici di sinistra, dalla Margherita, da Rifondazione comunista, dal Partito dei comunisti italiani, dall’Italia dei Valori, dai Verdi, dai Radicali, dai Socialisti democratici italiani, dai Socialisti Uniti, dall’Udeur, dai Democratici cristiani uniti, dalla Lega per l’Autonomia/Alleanza Lombarda/Lega Pensionati, dalla Sinistra democratica, dai Liberal Democratici, dal Movimento repubblicani europei. Il governo godeva inoltre dell’appoggio esterno del Partito democratico meridionale, dell’Italia di Mezzo, dei Repubblicani democratici, dei Consumatori uniti, dell’Unione democratica per i consumatori, dei valdostani di Autonomie Liberté Démocratie, degli altoatesini della Südtiroler Volkspartei, delle Associazioni Italiane in Sud America, del Movimento politico dei cittadini e della Sinistra critica. In tutto, 25 sigle per 29 voti di maggioranza alla Camera e 5 al Senato.

Del resto, proprio come Bersani due anni fa, Prodi quelle elezioni non le aveva neppure vinte: l’Unione alla Camera superò la Casa delle Libertà per appena 24.755 voti, ma in Senato Berlusconi prese 428.577 voti e 5 seggi in più (il governo nacque grazie ai senatori eletti in Valle d’Aosta, in Alto Adige e nelle circoscrizioni estere).

La plateale menzogna di Prodi è dunque il tentativo più malinconico che maldestro di coprire un fallimento politico e di governo che non ha precedenti. Raccontare bugie, tuttavia, costringe inesorabilmente qualcun altro a ripristinare la verità dei fatti.

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