I feddayin in Senato

La riforma del Senato è stata rinviata a dopo le vacanze, e ci s’interroga se il rinvio sia dovuto al desiderio di raggiungere un compromesso con i 25 dissidenti del Pd, alla mancanza di una maggioranza certa, o magari all’intenzione di riaprire un canale di dialogo con Berlusconi in una trattativa che rimetta in gioco anche l’Italicum, inserendo il premio di coalizione. Quest’ultima ipotesi appare debole; la prima, sciagurata.

Un accordo fra Renzi e le frange militanti della minoranza non è praticabile per un motivo piuttosto ovvio: l’obiettivo dei feddayin non è infatti emendare una legge (qualsiasi legge), ma rovesciare il governo. Essi considerano Renzi un usurpatore, un avventuriero che ha espropriato la Ditta di famiglia, nonché – e qui hanno ragione – il punto final della loro storia politica. Le vicende di questi mesi sono del resto istruttive: i feddayin hanno scatenato guerriglie parlamentari su pressoché ogni iniziativa del governo, hanno disertato le riunioni di partito lamentando al contempo la mancanza di democrazia interna, hanno sistematicamente disatteso ogni decisione degli organismi dirigenti. Non c’è ragione di dubitare che sarà così fino alla fine.

Del resto, l’incompatibilità ideologica e culturale tra i feddayin e il riformismo renziano non potrebbe essere più stridente. Basterà leggersi l’intervista di Pierluigi Bersani oggi a Repubblica per farsene un’idea. “Meglio un’uscita a sinistra dalla crisi europea”, sostiene l’ex segretario plaudendo alla vittoria di Tsipras nel plebiscito di domenica. Che cosa poi significhi sinistra, Bersani lo spiega subito dopo: “Hanno vinto i poveracci, i giovani senza lavoro, i disoccupati [… ]. Questo alla sinistra dovrebbe bastare perché è il nostro popolo”.

L’idea che la sinistra rappresenti soltanto i “poveracci” ha il sapore di un’estasi impotente e cialtrona. Perché cancella Marx, manda in soffitta centocinquant’anni di storia del movimento operaio, scomunica l’intera, gloriosa vicenda politica e culturale del Pci. E perché i “poveracci” si difendono – chiedo scusa per il lessico togliattiano – soltanto costruendo un blocco sociale che comprenda le forze produttive e intellettuali più dinamiche: lasciati a loro stessi, come sta facendo Tsipras, i “poveracci” muoiono di fame.

Di questa sinistra l’Italia non ha bisogno: anzi, è l’ostacolo più tenace alla sua ripartenza: e dunque è l’avversario che Renzi deve battere. Sulla riforma del Senato, come su qualsiasi altra riforma.

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