Chi non vota con il Pd non è del Pd

Matteo Renzi non deve commettere l’errore di considerare i parlamentari della sua minoranza come interlocutori o avversari: sono delinquenti politici, e come tali vanno trattati. I partiti, infatti, sono libere associazioni di cittadini che si formano per sostenere un ideale, un programma, un leader, una squadra di governo. Può capitare che ci si trovi in dissenso con il proprio partito: in tal caso ci si batte per cambiarne la linea politica e il gruppo dirigente.

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Azzollini, una vittoria dello Stato di diritto

La privazione della libertà personale è sempre una misura estrema, cui ricorrere soltanto quando strettamente necessario. La carcerazione preventiva – cioè privare della libertà un innocente oggetto di indagine – è una scelta ancora più grave. Ma arrestare preventivamente un deputato è tre volte grave, perché così si colpisce, oltre al singolo, anche il Parlamento – cioè il Sovrano –, la cui composizione viene modificata da un potere esterno. Salvare Antonio Azzollini dall’arbitrio di una Procura è stato dunque un atto meditato, esemplare e costituzionalmente doveroso.

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Se Renzi perde

L’obiettivo di chi sta all’opposizione è sconfiggere la maggioranza ricorrendo a tutti i mezzi che le regole gli consentono. Di norma questo accade fra partiti e schieramenti avversari, ma il Pd, ormai lo sappiamo, risponde a regole (e istinti) tutti suoi. La minoranza del partito si è data come obiettivo strategico la sconfitta del segretario e si muove di conseguenza, boicottando in Parlamento qualsiasi proposta o disegno di legge abbia l’imprimatur di Renzi. Sebbene a me sembrino più coerenti e più onesti i Fassina e i Civati (come i Fitto e i Verdini), rispetto la scelta di Bersani e D’Alema e, poiché ogni scelta produce una conseguenza, mi limito a porre una domanda: se Renzi perde, che succede?

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Le troppe indecisioni di Matteo Renzi

Sono passati quasi otto mesi dall’esplosione di Mafia Capitale e non è successo nulla. Le dimissioni del vicesindaco e di numerosi assessori, una nuova ondata di arresti, lo spettro dello scioglimento del Consiglio comunale, la denuncia in mondovisione del New York Times sul degrado fuori controllo della città, il tracollo dell’Atac – nulla è servito a smuovere Ignazio Marino dalla poltrona che così maldestramente occupa. Nulla, neppure il preavviso di licenziamento che Matteo Renzi gli ha inviato quaranta giorni fa dal salotto di Porta a Porta.

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Perché Verdini (togliattianamente) è meglio di Bersani

La scelta di Denis Verdini di lasciare Forza Italia per dar vita ad un gruppo parlamentare autonomo disposto ad appoggiare le riforme di Matteo Renzi ha suscitato scandalo fra i chierichetti della purezza rivoluzionaria. Per noi vecchi arnesi, cresciuti studiando Togliatti nel partito di Berlinguer, Verdini è invece uno statista, e la sua decisione di sostenere la rinascita del Paese è un esempio luminoso di saggezza politica.

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La bufala dell’Espresso e la castina dei giornalisti

L’intercettazione che ha terremotato la Regione Sicilia e l’intero panorama politico nazionale non esiste. Le Procure di Palermo, Caltanisetta, Messina e Catania hanno categoricamente smentito l’autenticità del testo pubblicato dall’Espresso, che dunque si configura come un’invenzione dall’intento chiaramente diffamatorio. Le dimissioni di Luigi Vicinanza sono obbligate e doverose, insieme con le scuse pubbliche e, probabilmente, un sostanzioso assegno a Rosario Crocetta da parte dell’editore.

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